Da Vicenza all'Andalusia - Parte seconda: il ritorno

in viaggio con sangiopanza in Francia , Spagna
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La prima parte del diario di questa vacanza è già stato pubblicato con lo stesso titolo sulle pagine di questo stesso sito.
Itinerario
11° giorno: 16 luglio
Sabato. Tocca trasferirci all’altro residence. Ma una telefonata dell’impiegata italiana del primo ci facilita, in modo che invece di dover aspettare le 16, usciamo dal primo alle 10 e subito entriamo nel secondo, distante solo 500 metri. Purtroppo non è al livello del primo, sia esternamente, essendo quell’enorme obbrobrio cubico che chiude a sud la spiaggia di Benalmadena, sia internamente, con un appartamentino piccolo, con cucina microscopica e mobili un po’ obsoleti. Fortunatamente il balcone dà sulla spiaggia e godiamo della vista sul mare. Sì, perché qualche appartamento si affaccia sulla strada o, peggio, su un muro.
Ma avevamo già previsto di rinunciare alla spiaggia, e manteniamo il proposito di fare un’escursione ad Antequera. All’ingresso ci soffermiamo brevemente a visitare uno dei tre dolmen, caratteristici di questa città. L’altro è chiuso per lavori, mentre il terzo si trova in un sito diverso. Peccato che la giornata sia la più calda che abbiamo incontrato durante tutto il viaggio, così che i 39 gradi, e con un alto grado di umidità, non ci permettono di godere appieno di questa cittadina che avrebbe meritato sicuramente un’attenzione maggiore.
Tuttavia la breve passeggiata ci consente di scorgere qualche angolo interessante tra le bianche case con le finestre sempre chiuse da sbarre, con qualche scorcio sull’Alcazaba, come la Iglesia del Carmen, in cui si entra con 1,50 euro. Notevoli sono il soffitto e l’enorme retablo in pino rosso che sovrasta l’altare. E dal piazzale antistante si scorge in lontananza la Peña degli innamorati, cosiddetta per la classica leggenda del suicidio di due innamorati il cui amore era avversato dalle famiglie. Ma al di là della storia, questa cima ha di caratteristico il fatto di essere il perfetto profilo di un volto umano, con tanto di capelli e collo. Ne ho visti tanti di presunti profili montani, ma mai uno così riconoscibile come questo.
Difficile la ricerca di un posto dove mangiare, in quanto, avendo deciso di affidarci ancora alla guida, vorremmo recarci in quello che ovviamente è chiuso per ferie. Per cui ci infiliamo, vista l’ora tarda (sempre per noi, non certo per gli spagnoli) in un ristorante che offre un buon menù a prezzo fisso. 8 euro per un primo piatto, ensalada o “porra antequerana” che è una sorta di gazpacho, un secondo di carne di maiale o una “rosada frita” (specie di bastoncini Findus) e frutta o profiterol. A cui aggiungere una bella “Jarra” (misura grande) di “cerveza” (birra).
Una volta mangiato, non pensiamo di riaffrontare il caldo per visitare meglio la città, e ci avviamo alla macchina. Ma riesco a convincere le mie compagne di viaggio a recarci al Parco Naturale di El Torcal. Affrontiamo una strada di campagna a saliscendi verso sudovest e, dopo circa 13 chilometri, troviamo finalmente sulla destra l’indicazione per “El Torcal”. Strada solitaria in salita, che mi crea qualche preoccupazione, in quanto non c’è assolutamente nessuno e la strada si arrampica senza alcuna indicazione di quanta ne dobbiamo ancora fare. Ma intanto il panorama cambia e siamo prima affiancati e poi circondati da formazioni rocciose mai viste prima. Difficile descriverle, ma, giusto per dare un’idea vaga, si tratta di formazioni sottomarine emerse qualche milione di anni fa, disposte in forme strane, a strati sovrapposti.
Dopo circa tre chilometri di salita, si arriva ad un piazzale dove lasciare l’auto, e da lì partono alcuni sentieri, di cui però l’unico percorribile in circa un’ora e mezza senza guida è la “Ruta verde”. Ma un’idea del parco la si ha comunque già, come detto, sulla strada, e recandosi, percorrendo solo un centinaio di metri, al “mirador” (belvedere). Augurandovi che sia una giornata ventosa. Non solo per attenuare la calura (a proposito, non affrontate questa escursione con il serbatoio dell’auto in riserva e senza un’adeguata provvista di acqua), ma anche perché potrete sentire le rocce “cantare”. Infatti il vento, infilandosi nelle fessure, crea un effetto molto suggestivo di canne d’organo. Perdersi questo spettacolo sarebbe stato davvero un delitto.

12° giorno: 17 luglio
La giornata trascorre sulla spiaggia anche oggi.
La sera ceniamo abbastanza presto, perché abbiamo in programma una puntata a Puerto Banùs. Si trova appena più a sud di Marbella, ed è una località frequentata da VIP e ultraricchi di tutto il mondo. Infatti si vedono parecchi alberghi e ristoranti che sprizzano ricchezza da tutti i pori. Ma la passeggiata sul lungomare e lungo il porto non ha più il fascino che emanava 5 anni fa, quando ci siamo stati per la prima volta. I locali sono sempre quelli, i negozi di firme sono sempre presenti, ma è la gente che non sembra più quella. E poi mancano quegli enormi gabbiani che volteggiavano sul porto che c’erano allora ed oggi sono assenti. In più c’è solo un mercatino di merce più o meno esotica sulla piazzetta alle spalle del lungomare. Ed è lì infatti che passiamo la maggior parte del paio di ore in cui ci fermiamo.

13° giorno: 18 luglio
Di notevole oggi solo il fatto che la mattina, andando a prendere l’auto per dirigerci verso la spiaggia, non l’ho trovata! Rimossa. 130 euro tra contravvenzione e rimozione. Era, come molte altre, posteggiata con due ruote sul marciapiede, in una strada dove, se c’è qualche pedone, cammina sul marciapiedi di fronte. Tra questo ed il borseggio di Barcellona, ci siamo mangiati una settimana di vacanza!
Pensate come mi sono goduto il resto della giornata!

14° giorno: 19 luglio
Stamane non ci allontaniamo da Benalmadena: infatti è prevista una giterella per cui decidiamo di mangiare presto, restando nell’appartamento del residence, per cui utilizziamo la spiaggia adiacente, che, con sorpresa, scopriamo costare meno delle altre, cioè 7 euro invece dei soliti 8. Alle 15,30 ci mettiamo in moto per visitare un paio di Pueblos Blancos della Serrania de Ronda. Per arrivarci dobbiamo superare Estepona, a sud di Marbella e poi addentrarci verso i monti.
Il primo dei due paesi è Casares, abbarbicato alle pendici di una collina, con le strette stradine e le scalinate tra le case bianche che portano verso la piazzetta centrale del paese. Si risale poi per entrare in quella che era l’antica medina, in cima alla quale spiccano i resti dell’alcazaba, unica costruzione in cui la pietra è stata lasciata nel suo colore naturale, insieme all’antica chiesa che sorge al suo interno, e che è completamente in ricostruzione. Questo paese è noto anche per il suo pane casereccio, di cui riusciamo a comprarne un pezzo. Ma non ci pare nulla di particolarmente notevole.
Poi proseguiamo in direzione Gaucin, distante una ventina di chilometri per una strada solitaria (ma quale strada dell’interno della Spagna non è solitaria?). Finalmente si comincia a scorgere questa cittadina, anch’essa bianca, che giace ai piedi di un roccione dove sorge il Castel del Aguila. Una cosa che colpisce di questo paese, passeggiando tra le sue vie, è il fatto che le porte e le finestre, tutte protette da sbarre, sono riparate dal sole da tende. Ma che forse un tempo erano di tela o di stuoie. Oggi sono di orribile plastica. Ci avviamo per visitare il Castello, per cui affrontiamo la lunga e dura scalinata, ma è martedì. E non poteva non essere che la chiusura per il giorno di riposo non fosse il martedì. In realtà lo è anche il lunedì, per cui rimane aperto solo dal mercoledì alla domenica dalle 10,30 alle 13,30 e dalle 18 alle 20.
Peccato, perché, oltre all’interesse per il castello in sé, da lassù si dovrebbe godere di una splendida vista che va dall’Atlantico al Marocco, Gibilterra compresa. In realtà, anche se fosse stato aperto, avremmo visto ben poco, in quanto l’umidità di oggi avrebbe limitato quasi totalmente la visibilità. Ci consola un po’ della mancata visita il fatto che ai piedi dalla rocca vediamo volteggiare una coppia di falchi.

15° giorno: 20 luglio
Giornata totalmente balneare a La Viborilla e passeggiata serale sul lungomare che vi ho già descritto. Ma conosciamo un personaggio interessante alla spiaggia: è il custode del parcheggio de La Viborilla. Una cinquantina di anni, molto gentile, scopro che è figlio di italiani, abruzzesi, che si sono trasferiti in Argentina dove lui è nato, per poi tornare nel Vecchio Continente, in Spagna appunto. Vive praticamente con le mance che gli vengono date da chi gli lascia l’auto in custodia.

16° giorno: 21 luglio
Tentiamo di cambiare spiaggia, tornando al Juncal di Mijas Costa, ma, una volta arrivati, dietro front per tornare alla solita. Troppe meduse! Stasera andiamo a fare un giretto per Fuengirola. Che è ancora peggio di Torremolinos, dove almeno quella breve scalinata per arrivare al lungomare ha qualcosa di caratteristico. Fuengirola è solo una banale località di villeggiatura, affollatissima di gente e di ristoranti. Non ne mancano in nessuna parte della città, ma la Calle Moncaya è una sfilza ininterrotta.
Fortunatamente avevamo già mangiato al residence, altrimenti l’abbondanza della scelta ci avrebbe messo in grosso imbarazzo.

17° giorno: 22 luglio
Anche oggi parliamo di ristoranti. Anzi di un ristorante che avevamo già adocchiato fin dalla prima passeggiata sul lungomare di Benalmadena, e che ci eravamo riservati per l’ultima sera. Si tratta di Los Melillos - St. Tropez, che ci aveva colpito perché particolarmente affollato, specialmente di spagnoli. Così ci sediamo verso le 21,15, quindi abbastanza presto, per poter scegliere il tavolo con calma. Ordiniamo due porzioni di paella con mariscos (frutti di mare e crostacei), due di fritura malaguena (mista), due di sardinas a la plancha (allo spiedo) ed un'ensalada (insalata mista), con il blanco de la casa, dividendo sempre il tutto per quattro, e spendiamo 84,50 euro. Non mangiamo male, ma al confronto con quanto assaggiato ad Almeria (ricordate?) tutto scolora. Comunque quando ci alziamo, intorno alle 22,30, c’è gente che non aspetta altro che di prendere il nostro posto.

18° giorno: 23 luglio
E così la nostra vacanza a Benalmadena è terminata. Ma non vi allarmate: come detto all’inizio, le mie vacanze stanziali sono occasione di vedere durante il tragitto cose che altrimenti sarebbero difficili da visitare. Per cui dovrete ancora sopportare la descrizione di 5 giorni di viaggio prima del nostro rientro a Vicenza.
Oggi ci dirigiamo verso Cordoba, distante solo duecento chilometri circa. La giornata è coperta, per cui, per quanto si immagini l’Andalusia come una regione estremamente calda, quando arriviamo a Cordoba, intorno alle 12, ci sono solo 22 gradi. Temperatura ideale per visitare una città. Prima di tutto prendiamo possesso delle camere all’Hotel “El Conquistador”. Entriamo e già il patio fiorito ci dà l’idea di una delle caratteristiche di questa città, tanto che a giugno c’è proprio la festa dei patios, in cui anche le case private aprono i propri cortili fioritissimi.
Le finestre delle nostre due camere danno sulle mura orientali della Mezquita. Cosa potremmo sperare di più da un quattro stelle a 50 euro a camera a notte? Usciamo per fare un giretto negli immediati dintorni e per cercare un posto dove mangiare. Ci dirigiamo, seguendo come (quasi) sempre le nostre guide verso Calle San Francisco 6, dove c’è un ristorante nel chiostro di un ex convento. Si tratta di “Los Plateros”, gestito dall’associazione degli argentieri, dove mangiamo 2 ensaladas, 3 tortillas, 1 chorizo (salame) frito (altamente sconsigliato a chi ha problemi di fegato), 1 flamenquin (sorta di involtino di prosciutto), 2 birre, 3 minerali ed un caffè (non male per esser in Spagna), per poco meno di 30 euro. La temperatura, sempre accettabile, comincia ad innalzarsi, per cui torniamo in albergo per una salutare pennichella.
E così, freschi e riposati, non facciamo altro che attraversare la strada per entrare nel patio de los naranjos (giardino degli aranci), chiuso dalle mura della Mezquita, con la vasca che serviva per le abluzioni rituali al tempo della dominazione araba. Per entrare nell’edificio dobbiamo pagare ben 8 euro per il biglietto, senza sconto alcuno, se non per i gruppi. Ma la sensazione che dà questa Cattedrale, che è stata la moschea più grande dopo quella della Mecca, è difficilmente descrivibile. Si entra nella penombra e si viene colpiti dalla selva di colonne che creano delle file che sembrano infinite, unite da archi di stile arabo, mentre ai lati si aprono le cappelle dedicate ai santi cattolici e nel mezzo si spalanca all’improvviso lo spazio della cattedrale, in stile tipicamente spagnolo, cioè di quella ricchezza che si contrappone alla semplicità delle linee arabe. E colpisce poi la diversità della costruzione del Mijhrab, cioè il luogo dove il muezzin dirigeva la preghiera dei fedeli, dalla struttura che richiama vagamente l’Alhambra di Granada.
Vista questa meraviglia, imperdibile per chiunque si rechi in Andalusia, ci aggiriamo tra le stradine affiancate da bianche case dell’adiacente Juderìa, il quartiere ebraico, dove purtroppo non è stato possibile visitare la Sinagoga, avendo chiuso da pochi minuti. Ma poco oltre abbiamo trovato El Zoco, intima piazzetta, dietro al Museo della Tauromachia, con un negozio di artigianato che vale la pena visitare, in quanto non vende la solita paccottiglia per turisti di massa.
Per questi itinerari è consigliabile farsi portare dal proprio istinto e vagare godendosi al massimo l’atmosfera di questi luoghi. Fuori dalla Juderìa, dalla parte opposta rispetto alla Mezquita, la plaza del Potro (cavallino), offre un esempio della Cordoba cinque-secentesca, dove si trovava il centro della vita commerciale.
Alla fine, tornati verso l’albergo e senza più le forze necessarie per cercare con cura un posto dove mangiare, nei pressi della Mezquita ci siamo infilati in un ristorante, “El patio andaluz”, attratti appunto dai tavoli nel piacevole giardino attorno ad un pozzo, ma senza alcuna gloria gastronomica.

19° giorno: 24 luglio
Oggi tappa di trasferimento “attivo”. Si parte, a malincuore, da Cordoba, direzione est, e dopo circa un’ora e mezza arriviamo a Ubeda. Ci arriviamo lungo un percorso stradale di dolci colline, completamente ricoperte da monocoltura ad ulivo. Riposante, ma indubbiamente monotono.
Posteggiata l’auto ci incamminiamo nel centro storico per le vie ancora deserte ed assonnate (sono già le 10 e mezza di domenica), e le prime voci che sentiamo sono in puro… dialetto vicentino. Due coppie con figli di un paese a cinque km da casa nostra si aggirano alla scoperta di questa città, che rimane un po’ fuori dai consueti itinerari che esplorano l’Andalusia, ma che sicuramente merita una sosta. Infatti nel XVI secolo fu dominata dalla famiglia Molina, a cui non mancavano i mezzi economici, e, influenzata del Rinascimento italiano ne fece la città spagnola più ricca di palazzi in quello stile.
Indubbiamente il punto più caratterizzante è la Plaza Vazquez de Molina, con vari palazzi e chiese, di cui si consiglia di visitare, per 3 euro, la Capilla del Salvador del Mundo, cappella privata della famiglia Molina. Ma scendendo verso questa piazza lungo Calle Real, si apre la Plaza del Ayuntamiento, dove si trova un laboratorio delle ceramiche per cui va famosa questa città. Entrate, perché ci sono davvero delle belle opere, se riuscirete ad orientarvi nella piacevole confusione di oggetti esposti in questo antico edificio e nel suo patio.
Tornando verso il parcheggio, percorrendo una strada del centro antico, abbiamo notato il portone di un convento delle Clarisse. E sul portone un cartello a mano che avvertiva della possibilità di acquistare dolci fatti a mano dalle monache. Come già mi era capitato ad Agrigento molti anni fa, suonato il campanello interno, al di là della ruota degli esposti, la voce di una suora di clausura ci ha chiesto cosa desiderassimo, e, dopo poco, la ruota, girando, ci ha fatto comparire il sacchetto con i dolci richiesti, mentre con lo stesso mezzo abbiamo fatto avere al di là del muro i soldi in pagamento. Dopodiché abbiamo pranzato a panini molto dimenticabili (panini domenicali, quindi raffermi) in un bar, consolandoci con dei bei bicchieroni di cerveza che per fortuna in Spagna costa ancora poco. Una piccola si beve con un euro soltanto.
Riprendiamo l’auto e proseguiamo verso quella che avrebbe dovuto essere la meta del nostro pernottamento. Finalmente il panorama cambia e la, seppur bella, monotonia degli immensi uliveti lascia spazio ad una maggior varietà di vegetazione.
Arriviamo ad Alcaraz, che non è già più in Andalusia, ma nella Mancha, circa alle 15,30. E’ un paesino isolato, arroccato su una collina, e che dalla strada neanche si vede. Ed è lì che avevamo deciso di pernottare. Ma c’è il problema che siamo arrivati troppo presto e ci rendiamo conto che una volta vista le bella piazza, non offre null’altro. Tra l’altro è pure domenica ed i pochi negozi restano ovviamente chiusi. Decidiamo che mezza giornata di noia non è cosa che faccia per noi, per cui decidiamo di proseguire, abbreviando così anche la tappa dell’indomani.
Sulla carta ci proponiamo di cercare albergo a Xativà, una settantina di chilometri prima di Valencia. La cittadina sembra invitante, anche se il caldo è soffocante (40 gradi alle 19). Troviamo anche un albergo dignitoso ed a prezzo accettabile. Ma…correttamente il portiere dell’albergo ci avverte che per un danno all’acquedotto tutta la città è priva di acqua. A 40 gradi? No, ci dispiace infinitamente, ma siamo costretti a proseguire ancora. E dove, ormai, se non a Valencia? Ma il traffico della città e le indicazioni ci portano fuori, verso sud, passando davanti ad avveniristiche costruzioni periferiche, probabilmente quelle che si stanno preparando in previsione della Coppa America di vela. Così arriviamo a El Salèr, località balneare dei valenciani, all’interno di un parco naturale. Sono ormai le 20 passate ed all’ingresso vediamo un campeggio e decidiamo di chiedere se c’è la disponibilità di un bungalow attrezzato. Con nostra grande sorpresa la possibilità c’è e ci adattiamo, per una notte ad una sistemazione che è distante mille miglia da quella appena trascorsa a Cordoba. Ma un viaggio, cosa sarebbe se non ci fosse un po’ di spazio per gli imprevisti?
Piccola passeggiata verso il centro della località alla vana ricerca di un posto invitante dove cenare. Ma El Salèr, agli occhi stanchi di gente accaldata, quando ormai siamo all’imbrunire, sembra abbastanza squallida, e torniamo a mangiare al ristorante del campeggio. Ma anche quello resta piuttosto squallido e ad un prezzo certamente poco adeguato alla qualità. Ma tanto doveva essere solo una tappa di passaggio.

20° giorno: 25 luglio
Come a malincuore abbiamo lasciato Cordoba, altrettanto a malincuore dobbiamo aspettare fino alle 8,30 perché aprano il cancello del campeggio per partire. Ci infiliamo subito in autostrada e ne usciamo solo a Girona all’ora di pranzo, dove mangiamo qualcosa in un organizzato e per nulla caro self service trovato per caso all’ingresso della città. Che purtroppo non visitiamo in quanto non vogliamo arrivare troppo tardi a Roses, sede del nostro prossimo pernottamento, volendo da lì poi fare un’escursione a Cadaques.
Infatti intorno alle 15,30 giungiamo all’Hotel Goya, che per quanto riguarda le camere, peraltro pulite, non merita gli oltre 80 euro a notte, ma che in parte li riscatta con il vantaggio di essere centrale, ma nello stesso tempo lontano dalla confusione, di avere il ricovero auto scoperto, ma recintato e gratuito e, soprattutto, ma lo scopriremo la mattina successiva, di avere compresa una magnifica colazione a buffet.
Così, dopo una rinfrescatina, affrontiamo la quindicina di chilometri di una strada tutta curve, che ci porta a Cadaquès, paese bianco anch’esso, isolato in una bella baia, che ospitò Salvador Dalì nella villa che costui si costruì. Il paese rimane affascinante, con le sue case affacciate sul mare e le sue stradine acciottolate in salita, su cui si aprono negozietti di souvenir, anche di buon gusto, ed ateliers artistici, tra cascate di fiori.
Purtroppo rispetto a quasi trent’anni fa, quando lo vedemmo per la prima volta, è strapieno di gente e la sua magia non si riesce a gustare appieno. Torniamo a Roses e, vicino all’albergo, ci sediamo in un ristorante con bel giardino all’aperto, mangiando un abbondante piatto di cozze, un’altrettanto abbondante porzione di carne varia alla brace ed una crema catalana al prezzo fisso di 12,50 euro. A cui aggiungere il costo (6 euro) di una caraffa da un litro di sangria. Potevamo uscire dalla Spagna senza averne bevuto?
Chiudiamo con un giro per le viuzze del centro, che è lì attaccato, ricche di negozi, ed entriamo, sollecitati da mia figlia, in un negozio di giocattoli, dal nome indovinatissimo di Temptations. Quello che affascina è la scalinata che sale al secondo piano, letteralmente tappezzata da pupazzi di peluche, tanto che rimane completamente insonorizzata. E lì, al piano, un’infinità di pupazzi raffiguranti decine di personaggi diversi, regolarmente Made in China, quindi a prezzi affrontabilissimi. Io sono adulto e mia figlia non è più una bambina, ma vi assicuro che chiunque rimarrebbe colpito dall’abbondanza dei pupazzi presenti.

21° giorno: 26 luglio
Ultima reale tappa di trasferimento. E perciò, visto anche che i chilometri previsti non sono moltissimi, metto in programma parecchie cose da vedere durante il tragitto.
Per prima cosa non torniamo subito da Roses verso l’interno per infilarci in autostrada, ma decidiamo di farci quella piccola parte di Costa Brava che ci rimane per arrivare al confine con la Francia. E bene facemmo! Infatti, intanto costeggiamo, in una splendida mattinata di sole, un paio di località (Puerto de La Selva e Llansà) adagiate su delle baie che ci fanno intensamente rimpiangere il fatto che la vacanza è ormai finita e dobbiamo rientrare.
Negli ultimi chilometri affrontiamo una salita a tornanti che ci fa superare il promontorio che conduce a Port Bou, ultimo paese in territorio spagnolo. Questa è una strada che ci regala degli splendidi panorami; in particolare a lato di uno degli ultimi tornanti nella discesa verso Port Bou, quando il paese è già in vista, c’è uno slargo dove non potete fare a meno di fermarvi per ammirare da un lato la baia dove giace il paesino, e dall’altro il roccione che precipita in mare, con una scalinata scavata nella pietra e che porta i pochi coraggiosi, e mattinieri visto lo spazio limitato, a bordo di un’acqua splendida.
Purtroppo stanno scavando una galleria che eviterà alle auto i tornanti di cui vi parlavo prima, ma priverà i viaggiatori di questo spettacolo. Per cui, se passerete di lì quando la galleria sarà pronta e se sarà ancora possibile, fate almeno questa piccola deviazione di circa 500 metri da Port Bou per arrivare allo spiazzo di cui vi dicevo. Che immagino debba dare un’emozione notevole non solo con il sole, ma anche in caso di mareggiata.
E purtroppo da qui, con questa visione negli occhi, lasciamo il mare. Infatti a Perpignan, ormai in Francia, entriamo in autostrada, per uscirne a Nimes, da dove percorreremo la strada normale per arrivare a quella che sarà la meta del nostro pernottamento, Cavaillon.
Ma un paio di soste ci aspettano ancora lungo il percorso. A pochi chilometri da Nimes, ci fermiamo a Beaucaire. Facciamo un breve giro per le strade del centro storico, e purtroppo ci dà l’impressione di una cittadina maltenuta, con strade polverose ed abitanti poco disponibili. Vediamo la piazza, dove sorge un presunto monumento al drago che secondo la leggenda avrebbe abitato nelle acque del Rodano, e ci allontaniamo in fretta a riprendere l’auto. Il che ci porta nel punto probabilmente più bello e ridente della cittadina: il porto-canale sul Rodano, con le barche e le chiatte fiorite che fungono da abitazione.
Non dobbiamo fare molta strada per arrivare al prossimo posto che mi ero prefisso di visitare. Infatti, usciti da Beaucaire, si attraversa il ponte sul Rodano e si è già dentro a Tarascona, che vi accoglie con il suo imponente castello. Anche qui breve sosta, e la cittadina appare di gran lunga diversa dalla dirimpettaia. Più ridente, con delle strade lastricate più signorili, con i portici nel centro e soprattutto, con la Collegiale di Santa Marta, edificio gotico del 1300, dove scopro, con sorpresa, un monumento funebre attribuito a Francesco Laurana.
Finalmente arriviamo a Cavaillon, patria del melone, tanto che un monumento che lo celebra si trova all’ingresso della cittadina, ed un ristorante presenta nel suo menù esposto all’ingresso dei piatti totalmente dedicati a questo frutto. Troviamo facilmente l’Hotel Du Parc, anch’esso prenotato via web, e pensiamo che probabilmente questo sarà il primo “ bidone” che ci avrà dato questo tipo di prenotazione. L’aspetto esterno è quello di uno di quegli alberghi in cui i vecchi mobili emanano un odore di stantio, per cui la mattina ti svegli presto, ti lavi alla bell’e meglio per squagliartela in fretta.Mai fidarsi delle apparenze! Come entriamo, infatti, l’impressione si rovescia totalmente. L’albergo rimane sì vecchio, ma è ristrutturato senza lussi, ma con un gusto tipicamente francese. Il pianterreno, con le sale comuni e un giardino, è pieno di oggetti di inizio secolo XX, di tipico sapore provenzale. Le stanze, purtroppo ai piani superiori senza ascensore, sono decorate, a cominciare dalle porte esterne, in maniera una diversa dall’altra. Certo, il tutto, si vede, in economia, ma ti lascia l’impressione di pernottare nella casa di vecchi amici.
Sistemati, usciamo ad esplorare questa cittadina, che purtroppo però non si segnala per la presenza di cose notevoli. Forse quella più notevole è proprio davanti all’hotel, e sono i resti di un arco romano. Probabilmente è interessante come base di partenza per chi ha in programma escursioni sul Massiccio del Luberon, lì adiacente, ma la cittadina può essere tranquillamente trascurata. Ed anche la cena, in una creperie, non ha particolari motivi per essere ricordata. E così finisce senza infamia e senza lode quanto programmato per il viaggio di rientro. Domani la tappa finale: casa!

22° (e ultimo!) giorno: 27 luglio
Eccoci sulla strada di casa. A parte il bestiale traffico di camion sull’autostrada, specie da Voghera in poi, non ci sarebbe nulla da segnalare. Se non avessimo chiuso questa esperienza con un piacevole incontro. Pochi chilometri dopo Cavaillon, prima di entrare in autostrada, veniamo attratti da un cartello sulla strada che attraversa un paesino di cui nemmeno ricordo il nome, che indica che il mercoledì, c’è il mercato provenzale. Immaginando chissà quali prodotti tipici avremmo trovato, ci fermiamo, per rimanere delusi dal fatto che si tratta di un banalissimo mercato settimanale con tre bancarelle di numero di frutta e di polli arrosti. Ma, mentre torniamo al viale dove abbiamo parcheggiato, passando accanto ad una coppia di anziani seduti lungo il marciapiede, ci chiedono, nella nostra lingua, se siamo italiani. Alla nostra risposta affermativa ci raccontano, con accento campano ancora riconoscibilissimo, un po’ della storia della loro vita, e cioè che 45 anni prima si erano trasferiti dalla provincia di Salerno in quella località per trovare lavoro, con i loro figli nati in Francia e felicemente sistemati, nonostante anche i nostri vicini abbiano difficoltà ora nel trovare impiego. Che si trovavano bene, ma ovviamente certe cose gli mancavano, tipo la mozzarella, prendendo anche un po’ in giro quelli che lì pretendono di chiamare così una specie di formaggio che non le assomiglia neanche lontanamente.
E così, con questo incontro con un po’ di storia migratoria italiana, praticamente concludiamo la nostra vacanza estiva. Ed a casa ci aspetta l’accoglienza di nostra figlia più grande e le feste degli animali, che le avevamo lasciato in custodia.Ancora mare, e poi il rientro costellato da tante meraviglie

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