L'oasi di Siwa

in viaggio con egiziapercaso in Egitto
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Dallo Charmlife resort di El Alamein partiamo per le Oasi di Siwa con un tour organizzato dall'Italia, prendendo contatto da qui con agenzie locali.
Premetto che sono rimasta allibita dalla professionalità dimostrata e dall'ottimo rapporto qualità/prezzo. Khaled, l'organizzatore delle mie escursioni, per farvi un esempio mi mandava due sms al giorno per sapere se andava tutto ok o c'erano problemi...
Se avete bisogno di contattarlo, scrivetemi pure, lo raccomando vivamente.Una bella escursione per completare un soggiorno balneareIl mio viaggio... Cinquecento chilometri nel deserto, diretti alle oasi di Siwa, nel Sahara libico o egizio, che non si capisce se sono in Libia o in Egitto: Gheddafi ha fatto togliere i confini: che tanto siamo tutti fratelli e nel deserto non c'è bisogno di borderline, spiega Nabil.
Una strada d'asfalto fresco che si snoda dritta attraverso il deserto ancora zeppo di campi minati, segnati solo da mucchietti di sassi, posati lì quasi casualmente, ma che stanno a indicare fin dove si può circolare sicuri.
Un deserto roccioso, senza punti di riferimento fuorché cielo, strada e sterpaglie. Ogni tanto qualche accampamento improvvisato di beduini, lì in mezzo al nulla, e qualche cammello a pascolare tra le pietre.
Le auto che incrociamo, una decina in tutto il percorso, sono del tipo furgoncini scoperti che trasportano pecore, trattenute da reti improvvisate, e gli occupanti ci guardano con aria stupita, tanto stupita quanto la nostra: quella non è zona turistica e fa strano vedere personaggi come noi, armati di macchine fotografiche. Da parte nostra vedere un paio di talebani che ci fanno ok con la manina e che trasportano pecore trattenute da reti per non farle cadere, beh... uno a uno e palla al centro, cari ragazzi. Andiamo avanti.

Tra poco c'è un autogrill, ci dice la guida, con toilette esterna.
Essì certo, un autogrill qua in mezzo. Parliamone.
Il pulmino si ferma vicino a una costruzione diroccata ma non troppo: quattro mura con tetto improvvisato, una veranda con tavolini e sedie arrugginite, due pseudo ombrelloni naturali pietrificati dal sole e dietro, la toilette... con capretta da guardia che in seguito si papperà tutti i nostri lunch box composti di pane al silicone, cetrioli e pomodori.

Dopo un paio d'ore arriviamo alle oasi, che una si immagina la classica situazione tipica da film: quattro palme, un laghetto, tende e capanne improvvisate e dune attorno.
Sì certo... Proprio come nei film...
Immaginatevi invece una specie di enorme cratere di un vulcano spento, del diametro di una trentina di chilometri. Dentro... distese infinite di palme da dattero, laghi salati, collinette, case diroccate, una fortezza, e ancora... laghetti di sorgenti d'acque sulfuree, recinti con buoi, rovine egizie e un paese.
Tutt'attorno, il Sahara.
Nell'arco di cinque minuti veniamo catapultati in una dimensione temporale di almeno due secoli fa: i rumori erano quelli degli zoccoli dei muli, del muezzin che chiamava alla preghiera, delle caprette al pascolo, dei galli e delle oche starnazzanti, del mercante e del fruttivendolo, dei gatti in amore o in litigio.
I gatti, una costante di questo viaggio. Gatti ovunque. Persino nel mio letto in stanza all'oasi.
Gli odori.
Puri, netti, immediati, senza filtri. L'aria così asettica, pulita, sospesa, ti faceva sentire Jean Baptiste Grenouille, costantemente col naso all'erta per identificare ogni essenza... e ogni puzza...
I ritmi.
Lentissimi, da deserto.
Il sorriso di un bambino ci metteva un tempo per me infinito a formarsi sul suo viso, un tempo scandito dallo studio di questo strano essere che ero io, nell'attesa di capire dai miei gesti se poteva fidarsi o meno.

Mentre ci addentriamo tra le palme percorrendo strade di sabbia compatta segnate dal passaggio dei carri, incrociamo i primi nativi: uomini con pastrani, donne con burqa su carretti trainati da asinelli e guidati da bambini.
Sono i taxi locali. Che bastava un cenno con la mano e ti accomodavi lì sopra, che quasi veniva da pagare il bambino perché facesse riposare il mulo per un pomeriggio almeno.

I bambini.
Una moltitudine di bambini che al nostro passaggio si fermano allibiti a osservarci e per la prima volta mi sono sentita io un fenomeno da baraccone.
Il pane appena sfornato: vero pane arabo che loro ti danno in quantità industriali a prescindere da quanto ne chiedi.
La moneta egizia è la lira. Un euro vale 7 lire. Una lira è composta da 100 piastre.
Un chilo di datteri costa una lira. Un chilo di banane costa 25 piastre. Il pane, non lo so, ho perso il conto.

Ci avevano detto che avremmo dormito in un resort.
Un resort? Qua in mezzo? Beh, dopo un tragitto di un quarto d'ora arriviamo al Siwa Shali Resort.
Senza parole. Lascio parlare le foto di viaggio, link a fondo pagina.
Neanche il tempo di posare gli zaini e via, verso il deserto.
Quello vero, quello di dune, di sabbia, di oasi, di tramonti, di corsa in jeeppone su e giù per le dune, di bagni in oasi di acqua sulfurea... calda, no bollente.
Momenti magici, scanditi da sorprese, come quella di volare a 100 all'ora sulla sabbia, tenere i finestrini giù, prenderti in viso quell'aria calda e non vedere un granello di sabbia sollevato, che quasi non ci credi...
Momenti magici come quelli vissuti a mollo in quella piscina naturale, un'oasi come nei film, stavolta, con acque sulfuree a 40° e tutt'attorno solo qualche palma. E dune a perdita d'occhio.
Momenti magici al tramonto quando i due beduini che erano con noi fermano la jeep sulla cima di una duna, stendono un tappeto, accendono un fuoco e ci preparano il thè.
Lì, così. In cinque minuti: thè bollente alla menta, con negli occhi quel mare di sabbia e il sole rosso, morente...
Essì. Thè nel deserto, al tramonto. Magia pura.

Magia che continua durante le visite alle antiche rovine, ai templi, alle fonti, alla collina dei morti.
Il tempio di Amon Ra e l'Oracolo, dove Alessandro Magno si recò per farsi proclamare figlio del dio Amon: rovine falliche che sbucano tra una palma e l'altra, custodite dal beduino di turno.
Le fonti di Cleopatra: una piscina naturale circondata da una specie di chiosco con vasellame vario che si dice ospitasse la regina quando veniva alle oasi.
La città dei morti, una collina pietrosa che sembra un gruviera: ospita le catacombe degli antichi nobili egizi. Niente di che, ma dalla cima della collina si gode di una vista spettacolare su tutta l'oasi.
Magia che continua nel dopocena, nel paese vecchio dominato da rovine, case diroccate e gente che ha fatto della sopravvivenza uno stile di vita. Sereno.
Non ho visto uno sguardo triste, cupo, né fronti aggrottate. Solo sorpresa, curiosità, sorrisi.
Non ci sono mendicanti. Non ti assalgono per venderti cianfrusaglie, non sono petulanti.
E' gente discreta, riservata, con una dignità atavica, in certi casi oserei definirla quasi una forma di snobismo.
Quei pochi chiamiamoli streetvendor - prevalentemente bimbi - si avvicinano, rimanendo distanti un paio di metri, e attendono un tuo gesto di interessamento.
Poi ti invitano a salire sul loro carretto, trainato da un asinello dall'espressione rassegnata.
Quello che più colpisce è la calma e la lentezza di ogni movimento attorno, sembra di vivere momenti al ralenty, in un tripudio di colori e di contrasti, ma sfumati: il bianco e nero si mischia con la brillantezza dei tessuti e l'ubriacatura cromatica dei negozietti di frutta.
Acquistiamo un chilo di datteri: 1 lira.
Nabil ci spiega che il dattero e il relativo latte è fondamentale nell'alimentazione dei beduini: è estremamente calorico e serve a nutrirli durante le traversate nel deserto o a farli riprendere rapidamente durante il ramadan.
Acquistiamo banane e altra frutta: 50 piastre. Che di solito io le banane non le digerisco, ma quelle lì... banane mignon che mangi in due bocconi e dal gusto delicato, non nauseante.
Avrei potuto nutrirmi solo di banane, datteri e pane arabo.

Ci sediamo a terra con un gruppo di beduini sorridenti, appoggiati con la schiena a un muro, che stanno lì a passare il tempo e a fumare la shisha: mi invitano a fare un tiro ma declino, non ho portato il bocchino e va bene immergersi nei costumi e nelle usanze locali, ma è sempre meglio non mettere così pesantemente alla prova il sistema immunitario.
Piuttosto... scatto loro alcune foto con la digitale e mi godo le espressioni stupefatte e le risate quando mostro loro nel display le immagini appena scattate.

Ovunque ti volti lo sguardo cade sempre lassù, tra le rovine della città vecchia o della fortezza, come la chiamano qui. Quella che di giorno appare nulla di più che il solito ammasso di rovine che una volta capisci erano costruzioni a difesa della cittadina...

Di notte, invece... Ancora Magia.
Vorrei andarci, che davvero... l'incanto che sento dentro mi fa immaginare lo scenario visto da lassù, di notte, e il gioco di luci e ombre nei vicoli di quelle rovine.

Premetto che avevo scelto El Alamein come base per escursioni che non prevedevo di fare col tour operator. E' in una posizione strategica per raggiungere i posti che volevo visitare: sulla costa mediterranea, mare cristallino stile Sardegna che magari ci scappava anche qualche bagno, clima temperato (23° la media) e poi 500 km dalle oasi, circa 300 dal Cairo e a poco più di 200 da Alessandria.
Infine, la località non assolutamente turistica e la vicinanza al Sacrario militare italiano, costituivano la classica ciliegina sulla torta.
Quindi, come faccio sempre, mi ero organizzata prima di partire contattando dall'Italia guide locali specializzate in escursioni su misura e già utilizzate (e quindi raccomandate) da altri viaggiatori, concordando con loro a priori itinerari e costi.
Col tour operator ho solo prenotato una settimana al villaggio, un ex Movenpick con Spa e talassoterapia, e dunque garanzia di qualità.
Scelta azzeccatissima, per chi vuole dare un'occhiata alla struttura, link alle foto a fondo pagina.
Ma il valore aggiunto era costituito dal numero di ospiti: dal 12 al 19 dicembre 2006, 28 in tutto, noi compresi, e 10 ragazzi dell'animazione.
Spettacolo.
Onde prevenire animazione invasiva, abbiamo avvisato che in realtà al villaggio ci saremo rimasti un paio di notti, di passaggio tra un'escursione e l'altra.

Ho pagato l'escursione a Siwa + escursione in jeep nel deserto + visita Sacrario El Alamein, comprensiva di noleggio pulmino solo per noi, di una notte al Siwa Shali Resort (5 stelle), pasti e ingressi vari solo 160 euro, e il costo scende se siete più di due persone perché ammortizza il costo del pullmino.
E vi vengono a prendere direttamente al Resort.
Il tour operator offriva una giornata alle oasi, senza escursione nel deserto e senza la visita al sacrario, a 90 euro. Decisamente massacrante e non conveniente: le oasi meritano una notte lì. E poi la magia del deserto al tramonto è indescrivibile...
Poi...
Il Sacrario Militare Italiano... Un brivido. Un tempo lungo un brivido costante.
Il sacrario è lì in mezzo al deserto roccioso, sulle rive del mare.
Un'imponente, in altezza, costruzione esagonale: bianca, candida, alla fine di un viale con ai lati le lapidi dedicate ai vari battaglioni e circondate da cespugli fioriti.
All'interno... che dire... un'ampia sala circolare, dominata da un altare e vetrate, con dietro il mare. Tutt'attorno, sulle pareti sino al soffitto, 1300 lapidi dedicate ad altrettanti caduti. Ignoti.
E un'iscrizione: "Milletrecento ignoti. Ignoti a noi, ma noti a Dio"

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