Nepal sotto la stella dei monsoni

in viaggio con Robinia in Nepal
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Agosto 2003
Lo confesso: questa volta sono partita impreparata. Ignoravo nomi e altezze delle montagne più prestigiose dell'Himalaya. Non sapevo che questa è la culla del buddismo. Ignoravo il passato fricchettone di Kathmandu e il fatto che si adagiasse in una valle più verde e brillante della valle degli orti della pubblicità. Non avevo idea di cosa significasse realmente "trekking". Nessuno mi aveva detto che avrei visitato decine di templi a pagoda, che in Nepal hanno avuto origine e da qui si sono poi diffusi in altri paesi asiatici.
Non avevo previsto che la colonna sonora delle mie peregrinazioni sarebbe stata il noto mantra tibetano "On mane padme on", riciclato in tutte le salse e i remix immaginabili e sparato dovunque a palla. D'altra parte non potevo supporre che la musica nepalese è di una noia mortale e praticamente si tratta sempre della stessa canzone, con tanto di coretti di voci bianche e tamburelli.
Inoltre nessuno mi aveva detto che l'obiettivo principe del viaggio sarebbe stato riuscire a intravedere delle montagne innevate, sottoponendosi a torturanti quanto infruttuose sudate, quando poi lo spettacolo miracoloso è stato goduto tre volte dalla sottoscritta e precisamente dal letto di un hotel a Nagarkot, dal sedile di un autobus su cui sonnecchiavo a Nayapul e dal tavolo della colazione in un hotel di Baktapur, al comodo orario delle 7 e 30 di mattina.
Tante altre cose ignoravo e adesso non più. E' per questo che si viaggia. O no?

Il Nepal è il paese più alto del mondo ed è collocato tra l'India e la Cina (per la precisione il Tibet), e di questi due paesi condivide in parte usi e costumi, usanze religiose, cucina, caratteri somatici della popolazione, elementi che nei secoli hanno subito un adattamento e in alcuni casi si sono fusi tra loro, in altri convivono gli uni accanto agli altri. Ciò che attrae i turisti in questo paese - oltre alla cultura, all'architettura e alla vita delle città situate nella valle di Kathmandu - è la regione dell'Himalaya (con tutte le possibilità di trekking e alpinismo), i parchi naturali situati a sud nella regione del Terai e la possibilità di praticare altre attività quali il rafting, il kayak, il canyoning.
I nepalesi sono persone molto ospitali, sorridenti e piacevoli. In linea di massima sono di bassa statura, con volti che sembrano molto più giovani di quanto in realtà non siano. Gran parte della popolazione ha origini mongoliche, o comunque cinesi, nonché indiane. Sputano che è una bellezza, sempre e dovunque. La cosa impressionante non è tanto lo sputo vero e proprio ma il rumore raspante e prolungato che precede l'atto vero e proprio. Non ho capito assolutamente il motivo per cui fanno così, anzi l'esigenza mi sfugge completamente. Pare comunque che in Cina sputino ancora di più.
Le donne giovani non fumano, almeno in pubblico, mentre quelle più anziane sì.
Il concetto del tempo è abbastanza soggettivo, pochi hanno l'orologio e chi ce l'ha difficilmente è in orario (quelli degli hotel andavano avanti di 12 minuti). Il fuso orario è normalmente di 4 ore e 45, che diventano 3 e 45 quando in Europa c'è l'ora legale. Il motivo per cui c'è questo buffo quarto d'ora di sfasamento pare sia dovuto al volersi distinguere dall'India, benché condividano lo stesso meridiano.
Dato lo stile di vita dei nepalesi, ancora molto dediti all'agricoltura, e dati altri motivi come la carenza di luce e di divertimenti notturni, i ritmi delle città cominciano molto presto al mattino e terminano altrettanto presto la sera (tolte alcune zone di Kathmandu come Thamel, oppure di Pokhara, ossia tolte le zone turistiche).
Quest'anno in Nepal siamo nel 2060, e c'è chi nel gruppo ha affermato di aver letto la data di scadenza di alcuni biscotti locali: 2080!

Itinerario

Che inizi l'avventura. Per giungere a Kathmandu non esistono voli diretti dall'Italia. Noi facciamo due scali, uno in Germania, l'altro a Doha (Qatar), dove passiamo la notte in hotel. Poco male, ho la possibilità di restare affascinata dagli elegantissimi sauditi con le loro tuniche bianche e le kefiah, dalle costruzioni kitsch che puntellano il deserto e dalla mitissima temperatura: 100% di umidità, 36 gradi e pollution a mille. Proprio un bel clima.
All'aeroporto di Kathmandu, che ricorda paurosamente un campo di concentramento tedesco, dimostriamo di essere già entrati nel mood giusto, molto nepali: quattro bagagli non arrivano e noi accettiamo l'accaduto con una stupefacente e rassegnata passività, come se tutto ciò fosse inevitabilmente inscritto nel nostro karma, anche indossare la stessa canottiera rossa per tre giorni e farsi prestare lo shampoo dai compagni di stanza. Alla fine prenderemo le redini della situazione - in fondo c'erano pur sempre due paia di essenziali scarponi da trekking nei bagagli - che gli amici nepalesi, con la loro proverbiale alacrità, avrebbero sbloccato forse per Natale, al punto che l'aeroporto di Kathmandu - con relativi uffici della Qatar Airways - non avrà più segreti per noi.
L'impatto con Kathmandu è straniante. A parte che mi aspettavo leggermente meno casino e più modernità, la città è un manicomio: se piove, le strade - tutte buche e non asfaltate - sono nella maggioranza dei casi un pantano fangoso in cui i piedi sguazzano con piacere, se non piove c'è una polvere da paura. Senza ordine apparente sono attraversate tutto il giorno da persone, auto giapponesi (scassate), riscio', biciclette, autobus, camion indiani agghindati, motorette, apecar, polli, galline, capre, vitelli, mucche e cani malati. Il concetto di marciapiede non è stato ancora assimilato e perciò ogni mezzo di locomozione che ne è dotato suona il clacson incessantemente completando il casino generale che già non mancava. Esiste una zona della città dove è vietato l'uso del clacson (divieto segnalato dal cartello "no horn area" con tanto di trombetta sbarrata). Pare che i primi semafori, solo su poche strade che possiamo con eufemismo definire "tangenziali", risalgano a pochi mesi fa. La cosa positiva è però che qualunque cosa accada nelle strade (cambi di corsia, frecce non messe e altre infrazioni) a nessuno gliene frega nulla e non esistono vaffanculo corna inseguimenti e sangue acido come da noi.

Insomma il primo nepali tea, le prime pannocchie, frutta e verdura, magliette ricamate, rotonda di Chetrapati, internet cafe', fango, cibo di varie fogge che frigge, divani dell'hotel, Durbar Square, la piazza principale - dove se sei un turista devi pagare un biglietto per entrare. Ma ormai il sole sta calando, le foto vengono male e ci fanno entrare gratis. Si profila già il temibile venditore di balsamo di tigre, tipico personaggio di cui hai difficoltà a liberarti, anche perché se si rende conto che proprio non ne vuoi sapere del balsamo, tira fuori le tremende statuette degli elefanti (mamma con due figli, in genere) oppure di Buddha.
In questa splendida piazza, che in realtà è un agglomerato di più piazze vere e proprie, c'è un'esagerazione di templi molto suggestivi. Inoltre si trova la casa della Kumari, la dea vivente. Nella valle di Kathmandu esistono infatti diverse dee bambine, chiamate Kumari - di cui quella di Kathmandu è la più importante - scelte tra un gruppo di candidate che non hanno ancora raggiunto la pubertà e che appartengono a una certa casta. Devono superare una serie di prove al termine delle quali la ragazza prescelta si trasferisce nel Kumari Bahal da cui uscirà in pubblico soltanto per un ristretto numero di volte, in occasione di feste religiose. Tutto ciò fino alla prima mestruazione, dopo la quale la dea torna ad essere una ragazza normale e se ne cerca un'altra.
La cena all'Everest steak house, dove scopro che dal punto di vista alimentare non avrò problemi: bistecca ottima, la compagnia vedo che gradisce la birra quasi quanto me, grappini nepali alla fine (per quanto i liquori nepali mai sostituiranno il Lucano a fine pasto); ma un altro evento si abbatte sul gruppo: furto o smarrimento portafogli con 1000 dollari e il passaporto. L'accaduto sarà denunciato, il ristoratore sarà picchiato e umiliato in questura di fronte alla scioccata derubata, i soldi verranno fuori, ma il mistero sinceramente nessuno di noi è riuscito a decifrarlo con certezza.

La mattina all'alba ci aspetta una delle visite più belle di tutto il viaggio: il tempio buddhista di Swayambhunath, detto anche "tempio delle scimmie". L'aspetto affascinante viene accentuato dal fatto che oggi è la festa di Janai Purnima e il tempio è pieno come un uovo di pellegrini (credo di non aver visto nessun altro turista tranne noi). Devo dire che l'indubbio vantaggio nell'andare in Nepal in agosto (forse l'unico) è il fatto che è molto facile imbattersi in diverse feste religiose, più o meno importanti. Il tempio si trova in cima a una collina che secondo una leggenda un tempo era un'isola all'interno del lago che all'epoca c'era al posto della valle di Kathmandu. Non è lontano dal nostro hotel e lo raggiungiamo a piedi, tra gli abitanti del posto che si lavano i denti in mezzo alla strada. E poi inizia la scalata: per giungere al tempio abbiamo salito centinaia di gradini, incolonnati e pigiati tra tutti i pellegrini. In effetti si può anche giungere comodamente in alto con l'autobus, se si arriva dall'altra parte, ma vuoi mettere un bell'allenamento per il trekking, per di più all'alba? Ghiotta occasione da non farsi sfuggire.
Qui imparo già molte cose. Lo stupa è il tipico monumento buddhista, con gli occhi del buddha che scrutano, al centro il terzo occhio e il naso a forma di punto interrogativo, che sarebbe l'uno nepalese, simbolo di unità. Bisogna girarci intorno in senso orario. Ci sono le ruote della preghiera che possiamo far girare accarezzandole con la mano. Ci sono le bandiere della preghiera, tutte colorate. Ci sono i tempietti induisti. Statue di vari dei, anche la dea del vaiolo! Ci sono decine e decine di scimmiette. Ci sono i piccoli ceri realizzati in burro di yak dentro piccole ciotole di terracotta. C'è un odore di incensi bruciati. Fiori. Un'atmosfera difficile da descrivere. Ci hanno messo al polso il raksha bandhan, un cordoncino giallo e arancione che porta fortuna. In Nepal il buddhismo e l'hinduismo convivono in maniera spesso indistinguibile, cosicché le credenze dei due culti sono intrecciate strettamente e spesso gli dei sono affiancati o addirittura sono gli stessi, con nomi diversi.
La giornata prosegue con un tipico itinerario della valle di Kathmandu: Dakshinkali, Chobar, Pharping, Kirtipur. Nel complesso restiamo un po' delusi: a Dakshinkali arriviamo troppo tardi (o troppo presto) e non vediamo i sacrifici animali, compiuti in nome della dea Kali ogni martedì e sabato. Non che dovesse essere chissà quale spettacolo educativo. Stanno lavando via il sangue. C'è il sadhu (il "santone" hinduista) che vuole i soldi per la foto. Ci sono le bancarelle. Nel complesso, un posto abbastanza turistico.
A Chobar attraversiamo un ponticello sospeso di grande effetto, c'è la famosa gola (che secondo la leggenda fu creata da un colpo di spada di Manjushri che servì a far defluire le acque e a trasformare dunque il lago di Kathmandu nell'omonima valle), il venditore di chitarrina tipica che suona Fra Martino Campanaro.
Il giro prosegue a Pharping, un paesino molto tranquillo, verdissimo, con i ragazzi che giocano a pallone, visitiamo un monastero buddista dove entriamo senza scarpe. L'atmosfera è bella e rasserenante.
Il tour prosegue a Kirtipur, dove la nostra guida ci abbandona per lasciarci in pasto a decine di ragazzi che parlano italiano e che non ci lasciano in pace. Finisce che ognuno di noi o quasi ha una sua guida personale a cui lasciare il suo obolo. La cosa mi infasidisce alquanto e il risultato è che non ho apprezzato a pieno il fascino di questo paesino "fuori dal tempo". Un po' di nervosismi vengono a galla.
La sera cena in un ristorante tra i migliori della città, con spettacolino iniziale e danze tipiche. Seguo i balli in compagnia delle nostre due guide, molto teneri e simpatici, i quali mi spiegano l'origine dei vestiti che indossano le ragazze (della valle, dell'Himalaya ecc.), la musica, il tipo di danza. La cena non è un granché, ma ci ammazzano di grappa nepali. Sto per intrecciare una relazione piccante con il cameriere.

Il giorno dopo c'è un'altra festa, Gai Jatra, la festa delle vacche, dedicata ai defunti dell'ultimo anno. Raggiungiamo Baktapur, forse la più bella città del Nepal, per farci coinvolgere dalla festa che ci assorbe completamente. Tutte le strade della città sono affollate dagli abitanti che le percorrono portando dei pali addobbati e ornati dalle foto delle persone decedute durante l'ultimo anno, molti sfoggiano costumi particolari, eseguono una danza con dei bastoni, suonano. Insomma si combatte la tristezza e il lutto con la gioia, il riso, la musica, il travestimento. Una sorta di carnevale. La festa è detta delle vacche perché i Newar, il nucleo originale del popolo nepalese, credono che siano le vacche a condurre i morti dal dio degli inferi. Nella confusione riusciamo a intravedere anche qualche bellissimo tempio.
C'è da premettere che per entrare nel centro di Baktapur - che tra l'altro è tranquillo e incantato perché vietato al traffico - i turisti devono pagare 10 dollari e il pass vale una settimana. Vado a pranzo con Tana, la nostra guida, con una sua amica, il figlioletto di pochi mesi e due loro amiche. Il bimbo ha il kajal sugli occhi, per proteggerli dall'inquinamento e dal sole, gli orecchini d'oro, bracciali rigidi ai polsi e alle caviglie, tradizionalmente regalati dalla nonna paterna. Mangiamo i momo, ravioli al vapore ripieni di carne di bufalo e molto speziati e piccanti, tipici della cucina tibetana, diffusissima in Nepal. I prezzi sono molto bassi, dato che si tratta di un posto molto poco turistico.
Raggiunti gli amici che pranzavano su una terrazza affacciata sulla splendida Durbar Square (Durbar vuole dire Palazzo e quindi diverse città nepalesi hanno la loro Durbar Square), dove tra l'altro Bertolucci ha girato alcune scene del film "Il piccolo Buddha", il giro prosegue all'insegna dello shopping (sciarpe di pashmina specialmente).
Raggiungiamo in autobus Nagarkot, la Ponte di Legno del Nepal, cittadina situata in altura da cui la mattina all'alba si può vedere un panorama mozzafiato dell'Himalaya. La strada sale tra anse profonde, come un serpente; non sai mai cosa ti aspetta al di là della curva: magari un altro autobus scoordinato quanto quello su cui viaggi tu. Il panorama della valle è stupendo, verdissimo, un posto da meditazione. Gli sfigati senza bagaglio, appena giunti in hotel, saranno obbligati a riscendere a Kathmandu per recuperare i bagagli all'aeroporto, ma poco male, ne approfitteranno per concedersi una cena con i controfiocchi in un ristorantino a cui hanno risollevato il bilancio dell'intero anno. Che vergogna! Tutti quei cumuli di riso avanzati! Il ritorno in taxi a Nagarkot, alle 10 di sera, meglio scordarselo: puzza di cherosene e un calore da inferno che l'auto sprigionava.

E la mattina dopo, alle 5 e 30, ancora intontita dalle 18 birre bevute il giorno prima, mi svegliano per vedere l'Himalaya, apro gli occhi e la finestra enorme contiene già lo spettacolo. Siamo stati più che fortunati, in questa stagione, a poter ammirare la catena senza nuvole, sia pure per un'oretta soltanto, perché più tardi la valle era tutta avvolta dentro una nuvola gigante. Io ritorno a letto, alcuni facinorosi si incamminano per il trekking. I comodoni invece giungeranno in autobus fino a un certo punto e poi proseguiranno a piedi.
Dobbiamo raggiungere il tempio di Changu Narayan e ci impieghiamo un paio d'ore di cammino, prima di visitare questa bellissima espressione di arte hindu, inclusa nel patrimonio mondiale dell'Unesco. Il tempio è dedicato a Vishnu e intorno ad esso ci sono bellissime sculture di animali e dei. Dopo il tempio proseguiamo per Thimi, dove assistiamo alla lavorazione della ceramica, che viene poi cotta sotto grossi cumuli di paglia, e dove visitiamo una scuola, con il preside entusiasta della nostra visita, non si capisce una parola del suo inglese ed è tutto grandi sorrisi e strette di mano.
La scuola in Nepal non è obbligatoria, comincia alle 10 e termina alle 4 e tutti indossano delle divise, camicia cravatta gonnellina a pieghe. I ragazzini ci chiamano e ci tempestano di domande in inglese, vogliono le foto. Mi sembra un po' di essere allo zoo, un po' di essere una sorta di Lady Diana.
Infine, una delle visite più emozionanti in assoluto: il tempio di Pashupatinath, alla periferia di Kathmandu, dove si eseguono le cremazioni. Ci sono tre piattaforme prospicienti sul fiume Bagmati, dove viene allestita la pira e poi collocato il cadavere, che è stato avvolto in una stoffa. C'è un odore di carne bruciata e un fumo denso che ti colpiscono i sensi. Alla fine le ceneri vengono spazzate giù nel fiume. Chi è stato a Benares in India afferma che lì lo "spettacolo" è molto più forte, ma a me per il momento è bastato questo.
La nostra guida dopo poco ci abbandona perchè il posto porta con se' brutti ricordi. Per fortuna non ci sono turisti, solo indigeni: qualche sadhu, un monaco tibetano, due giovani mano nella mano che fissano per dieci minuti l'orologio Swatch di Andrea (che qualche giorno dopo lo rivenderà in cambio del più brutto coltello Gurka della valle di Kathmandu e di due orrendi libretti col Kamasutra a colori).
Ceniamo in un ristorante vegetariano in compagnia di una simpatica famigliola di topolini, in zona Thamel, il quartiere più turistico e fitto di locali, negozi, ristoranti, non lontano dal nostro hotel. Passeggiare per Kathmandu dopo le 11 di sera al di fuori di questo tipo di quartieri ha un fascino quasi mistico: spettrali pagode, sagome di mucche placidamente a passeggio, rari incontri, poca illuminazione.

Ci siamo ambientati, riabbiamo i bagagli, la refurtiva è stata ritrovata, siamo tutti in forma. Si parte per la zona di Pokhara. Ci aspettano eventi più grandi di noi: rafting, trekking, frane, partite a carte, massaggi ayurvedici.
Il rafting avviene nel fiume Trisuli, che di solito è calmo come una tavola, ma durante i famosi monsoni è un po' più movimentato. Niente di pericoloso comunque, nonostante il capo barca continui a terrorizzarci dicendo che se non seguiamo bene i comandi rischiamo di cadere in acqua, bere molta acqua e morire facilmente ("drink lot of water and easily die"). Ci danno giubbotti e caschetti che puzzano terribilmente di sudore e umidità. Ci guardiamo ridendo istericamente e sudando copiosamente nelle stesse zone dell'attrezzatura precedentemente sudate da tutti quelli che ci hanno preceduto. Pare che a questo punto non ci si possa più tirare indietro. Ci fanno un po' di preparazione sui comandi e poi si parte.
All'inizio è carino, il fiume è marrone e attraversa due enormi ali verdissime, ci sono ponticelli sospesi e una teleferica, il sole picchia e ci abbronza. Quasi quasi penso davvero che ci possa essere il brivido e il rischio. Poi mi rassicuro, perdo le forze, il sole si copre, ho freddo, mi annoio un po'. Ci cambiamo alla bell'e meglio sull'autobus o en plein air.
Dopo il pranzo il viaggio prosegue in pullman, c'è una frana (cosa non infrequente nel mitico periodo dei monsoni), che ci obbliga a scendere tutti armi e bagagli, camminare a piedi per alcune centinaia di metri e risalire su un altro autobus dall'altra parte. In autobus si dorme alla grande. Il viaggio è pieno pieno e appena avresti il tempo per riflettere, bum, crolli addormentato!
Serata a Pokhara, punto di partenza per i trekking e le scalate, negozi di attrezzatura, un bel lago dove - NON nel periodo dei monsoni! - si possono fare belle gite in barca. Adesso, ovviamente, piove SEMPRE.

Ora comincia l'avventura in montagna, sudate salite pietre scivolose pioggia battente sanguisughe sale e autan abiti sempre bagnati nuvole cascate rapide liane caprette merde giganti tea-time frittelle zuppe tamburi infradito giovani sherpa sempre sorridenti muscoli indolenziti imprecazioni cadute lividi. Dormiamo nei lodge, stanzette a due letti, cessi alla turca, docce o troppo calde o troppo fredde, giochiamo a carte beviamo birra chi legge chi scrive chi si massaggia col balsamo di tigre. L'angoscia della notte più fredda più alcolica più riscaldata e allietata dai tamburi, la richiesta di aiuto, una ragazza olandese nel lodge a fianco è in fin di vita: cercano un cellulare, il cellulare non prende nemmeno se si sale di altitudine. La ragazza non ce la fa.

Lo stato d'animo il giorno dopo rende ancora più difficile accettare la salita, la pioggia, le migliaia di sanguisughe che vogliono salirti da tutte le parti, le pietre scivolose. Devo farcela, prima o poi finirà, ti ripeti in una sorta di mistico percorso che devi fare perché così è stato scritto. I pranzi lungo la strada sono bellissimi: noi ci spogliamo delle magliette bagnate, controlliamo i morsi di sanguisughe e disinfettiamo le ferite, loro cucinano, ci offrono il succo di mango e poi si mangia. Al primo pranzo c'era il venditore tibetano che si è sciroppato le due ore di trekking con noi per poi esporci la mercanzia mentre aspettavamo che fosse pronto (prezzi altissimi ovviamente) e altro episodio ridicolo: noi da bravi occidentali civili che stiamo attenti a buttare tutta la spazzatura negli appositi cartoni e poi una donna indigena che prende il cartone e lo svuota nel fiume! Ma si può?
Raggiungiamo i 3000 metri circa in un itinerario circolare che ci riporta dopo quattro giorni al punto di partenza. Pinito trekking! Evviva! La mia gioia è incontenibile.
Comunque, per la cronaca, i posti da cui siamo passati sono: Birethanti, Tikhedunga, Gorepani, Ghandruk. Io non consiglierei il trekking in questa stagione, perché la fatica è assai e lo spettacolo pari a zero, solo nuvole e nebbia e pioggia... Un po' inutile l'impresa. Ma pare che venire in Nepal e non fare trekking sia come andare a Parigi e non vedere la Tour Eiffel. E allora vedete voi.

Al ritorno a Pokhara apprendiamo che la strada per il Chitwan Park e quella per Kathmandu sono impercorribili causa frane. Un cataclisma, dobbiamo tornare al più presto in aereo e affrettarci se no chiudono anche l'aeroporto. Parte del gruppo subodora una certa "precipitazione" in tutto ciò, l'ipotesi fregatura riscalda gli animi. Ma docili come agnellini partiamo il giorno dopo con un piccolo aereo da 20 posti della mitica "Yeti Airlines" e torniamo a Kathmandu. Intanto il sognatissimo programma "pinito-trekking" contemplava doccia, vestiti asciutti, un'ora di godurioso massaggio ayurvedico, bistecca, innumerevoli birre e biliardo in un bar nascosto dietro l'angolo.
Riprendono i tour nella valle verde: due villaggi trovati ormai inutili da metà gruppo (Bungamati e Khokana) dove c'è stata gente assalita da decine di bambini famelici di caramelle, donne che si lavavano i capelli alla fontana, una strada nelle risaie che si affacciava su una scuola dove c'era la gara di alfabeto; una visita al centro dei rifugiati tibetani di Jawalakhel con lavorazione e rivendita tappeti (mi sembrava di essere tornata in Marocco, ma nessuno ci ha offerto il te', sgrunt).
Poi la bellissima Patan, appiccicata a Kathmandu, dove miracolosamente incocciamo nella festa del dio del commercio e in quella del dio della fertilità. Conclusione: file lunghissime di persone eleganti che portavano offerte agli dei. Shopping. Si torna a Baktapur, che possiamo così visitare senza il caos della festa. Dormiamo in un albergo da cui la mattina è possibile ammirare le famose montagne himalayane. Il nostro pass è scaduto (è trascorso un giorno in più della settimana permessa) e si pone il dilemma se ripagare l'ingresso. Con vari escamotage, ognuno a suo modo, riusciamo a eludere la sorveglianza o quantomeno a impietosirla. Questa volta la visita guidata non si svolge tra migliaia di persone e balli e canti e bastoni roteanti. Ceniamo in un ristorante-caffè vicino al bellissimo tempio di Natyapola, il più alto di tutto il Nepal, a cinque piani.
La sera l'illuminazione è scarsa e spettrali appaiono le figure di uomini che passano il tempo sui gradini dei templi. Passeggiata birra e superalcolici comprati nei negozietti. Per tutta la notte proseguono i riti nel tempio vicino all'hotel, campane e incensi.

La mattina seguente il benvenuto al nuovo giorno ce la dà l'Himalaya, altro impietosimento di guardie alle porte del centro, shopping: qui val la pena acquistare oggetti di terracotta (lavorati alla luce del sole: yak, pesci, rinoceronti, elefanti) e manufatti di legno.
Ultima gita organizzata - ci muovevamo sempre con il pulmino e una guida - ci ha portato a Dhulikel per un trekking a sorpresa. L'ennesima faticata inutile con l'irrealizzabile scopo di vedere l'Himalaya. Coperto dalle nuvole ovviamente. Per vendicarci ci siamo distesi al sole e abbiamo ordinato una birra alle 11 di mattina. Visita del paesino minuscolo e poi di Panauti. I templi induisti a pagoda hanno definitivamente rotto. Ci vuole proprio un bello stupa!
In serata si configura nuovamente l'ipotesi - ormai da me esclusa - di andare al famoso parco di Chitwan, nel sud. Dopo un po' di esitazione, propendo per il no. Mi immagino stress insopportabile sulle strade franate, caldo, zanzare, fango e sanguisughe. E poi mi immagino serenamente a Kathmandu per un po' in solitudine, senza gruppo, a fare shopping e passeggiate senza orari, senza trekking, senza sveglie antelucane, senza pullmini e frane... E così è.

Dopo un infruttuoso giro per negozi alla ricerca di un abito tipico, raggiungiamo col tassi' Boudhanat, lo stupa gigante, anzi il più grande del Nepal. Davvero il posto più bello luminoso colorato pacifico. Le foto più belle, con quel fantastico cielo azzurro pieno di nuvolette leggere bianchissime. E' il centro religioso della comunità tibetana, in maggioranza profughi da pochi anni, che lì intorno hanno negozietti di artigianato. Il mantra ci perseguita dai negozi di dischi. Che bello, visitiamo anche un paio di gompa (i monasteri buddhisti) dove possiamo anche assistere alle preghiere con tanto di gong e campane.
Una birra alcuni acquisti false indicazioni e decidiamo di tornare sulla strada principale per cercare di raggiungere in tassì il parco di Gokarna. Ed è qui che casca l'asino: l'ignoranza dei tassisti, che conoscono solo tre parole di inglese ma non ammetterebbero mai che non conoscono la strada, ci fa girare a vuoto, ammirare anche il tempio di Gokarna Mahadev e il villaggio newari dall'auto, e poi tornare al punto di partenza senza avergli dato nemmeno una rupia.
In effetti l'organizzazione serve. A volte. Però vuoi mettere vagabondare senza meta nella fricchettonissima Kathmandu? Perdersi per Thamel alla ricerca del negozio delle magliette che avevo già pagato ricevendo le tipiche indicazioni sbagliate o comunque vaghe (esempio di richiesta di indicazioni stradali a un nepalese: "Scusi dov'è il...?" Risposta: "Là" con movimento del braccio che può significare allo stesso tempo: due metri più giù oppure 8 kilometri), in un quartiere in cui le strade non hanno nome e dove se vuoi mandare una lettera scrivi semplicemente Thamel. Incappare in un gioielliere che vuole farmi trafugare in Italia sue pietre preziose per un valore di 3000 dollari, regalandomi per il favore 3000 dollari? Cuccare in un ristorante di Thamel due nepalesi che si vantano di poterci offrire la birra?

Altro giorno a Boudhalikanta, dove c'è la statua di Vishnu sdraiato sulle spire di un serpente, all'interno di un laghetto. E' permesso l'ingresso nel recinto del tempio soltanto agli hindu, che si recano continuamente a omaggiare il dio, bagnandosi la testa nell'acqua del laghetto. Ai re del Nepal invece è proibito contemplare questa statua, perché pensano di essere una delle reincarnazioni di Vishnu. Una copia ridotta della statua si trova nel parco Mahendra di Balaju, dove ci rechiamo subito dopo. Il giardino non è un granché, per colpa degli inetti giardinieri, riferisce la Lonely. E' comunque un posto tranquillo, con una piscina, dei tempietti e delle fontane.
In attesa dei compagni di ritorno dal parco, pregustando i racconti delle spavalde avventure in elefante (con tanto di rinoceronte messo lì dalla Proloco di Chitwan, poi sapremo) si medita sul terrazzo, si prendono aperitivi, si chiacchiera con gli avventurosi tornati dal Tibet e con tutti gli avventori del Lai Lai. L'anno prossimo si va a fare la transamazzonica, altro che chiacchiere! (vero Stefi?)
L'ultima cena offerta da Mister Amar viene interpretata dal gruppo come una vendetta a lungo meditata: un locale buio e sordido, con triste palco su cui si esibivano giovani uomini e donne in tremendi balletti alternando la tradizione alla fascinazione per le mode occidentali, in un risultato che ha raggiunto l'apice del kitsch. Il tutto sembrava gradito ai pochi gruppetti di maschi indigeni unici avventori del postaccio, che secondo il nostro schietto parere, lasciato noi il locale, si sarebbero avventati sulla cantante-ballerina, che si sarebbe concessa a pagamento.
Mister Amar, non pago della cena, ci fa anche dei regali (scelti tra ciò che in tutta Kathmandu costa meno) e l'ultima sera termina sul terrazzo.

Il giorno free è l'ultimo, l'imperativo è dare fondo alle rupie entro le 17 - cosa non difficile a Kathmandu. L'ultimo pranzo diamo sfogo ai desideri repressi, ognuno mangia per l'ultima volta la propria pietanza preferita, io incappo nella decantata moussaka vegetariana, su cui si appoggeranno alcuni risi e polli in volo e che verrà digerita 24 ore dopo. E giù di San Miguel e Tuborg e poi di nuovo a caccia di borsoni maschere camicette indiane cd poster magliette ricamate ciondoli collane zainetti pantaloni pashmine copriletti tende. Cercando, è ovvio, di riuscire a contenerli nei borsoni appena acquistati per l'occasione. Sembra che tutti vi siano riusciti egregiamente. Arrivederci Nepal!

 

Al cospetto delle montagne più alte del mondo

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